Assistenza infermieristica

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Assistenza infermieristica

Presso il Centro Diurno Integrato IL SECOLO presta servizio un infermiere per almeno 12 ore settimanali, per gli interventi di competenza, secondo le necessità degli utenti indicate nel PAI.

 

La presa in carico del paziente demente da parte dell'OSS prevede, da parte di quest'ultimo, dell'infermiere e degli altri membri dell'equipe multidisciplinare, l'assunzione di forme di autonomia e responsabilità assistenziali importanti, derivanti dalla complessità del quadro assistenziale e dalla prospettiva di ingravescenza progressiva della malattia.

L'approccio al paziente demente spesso avviene quando il quadro clinico è conclamato ed il malato ha perso quasi totalmente l'autonomia funzionale.

 
La presa in carico del paziente
Due sono sostanzialmente le modalità che caratterizzano la presa in carico del paziente demente.
Intrinsecamente, "la presa in carico" prevede una visione globale del paziente, un approccio olistico in cui la cura del corpo, le emozioni e le sensazioni del paziente, l'ambiente strutturale e sociale, le relazioni affettive con i familiari e non ultimo le componenti economiche del nucleo familiare assumono un'importanza fondamentale tali da diventare "strumenti" del progetto assistenziale. Questa modalità assistenziale, relativamente recente, deriva dall'interpretazione della concezione olistica di Marilyn Ferguson, che si andata affermando in Europa verso gli anni '80, in contrapposizione al concetto di salute biomedico radicalizzato in Italia fin dai primi '800 e che ha influenzato le forme restrittive l'evoluzione della prassi infermieristica.
L'OSS, l'infermiere e gli altri membri dell'equipe multidisciplinare assumono di conseguenza la funzione di facilitatori: accompagnano il paziente attraverso un percorso progettato, valorizzando la sua dimensione esistenziale, le sue soggettività, supportando e guidando il familiare in una dimensione spazio-temporale non definita a priori, dove l'efficacia della cura passa in secondo piano rispetto alle sue esigenze reali e contingenti.
Tale progetto inizia usualmente a domicilio, percorre i servizi socio-assistenziali territoriali e i Centri Diurni Integrati, fino al ricovero in ospedale, nelle RSA e non ultimo nelle lungodegenze.

L'umanizzazione del progetto assistenziale infermieristico si realizza concretamente attraverso modalità specifiche di relazione tattilo-verbale con il paziente.

La cura del gesto, nel rapporto assistenziale, è importante: non deve essere un "toccare gnostico", il tocco rude, frettoloso, spesso duramente invasivo e lesivo dell'intimità usato nella pratica assistenziale, ma un "toccare pathico", dove il gesto accoglie, consola, lenisce e contemporaneamente riceve elementi da utilizzare per migliorare la conoscenza dei bisogni del paziente. La cura del corpo del paziente ed ogni pratica infermieristica, se condotte con questo significato, diventano "terapeutiche".

Si può allora ipotizzare che ai 14 bisogni fondamentali del paziente, identificati da Virginia Ilarderson quali elementi progettuali del piano assistenziale infermieristico, se ne aggiunga un 15°: il bisogno di contatto corporeo.

Se la gestualità assume tale importanza nella relazione equipe/operatori-paziente demente, non meno determinante è la comunicazione verbale e non verbale. L'espressione della voce, il parlare pacato, l'evitare atteggiamenti imperativi ed aggressivi, l'essere adeguatamente ripetitivi nelle proposte, tutte queste modalità sono alla base di ogni intervento assistenziale.

"La cura infermieristica" quindi deve tradursi in un progetto assistenziale in cui l'infermiere combatte contro la malattia da solo, ma anche con il malato, con il caregiver e con tutta l'equipe multidisciplinare, assumendo via via ruoli fortemente dinamici: di facilitatore, di consolatore, di sostituto negli atti della vita quotidiana che non possono essere compiuti dal paziente o dal familiare, di osservatore attento dell'evoluzione del caso ed infine di relatore dei fenomeni osservati agli altri operatori del gruppo.

Ne discende che la determinazione del piano assistenziale prevede la partecipazione dell'infermiere al progetto globale di intervento formulato dall'equipe multidisciplinare non solo con il contributo della propria competenza specifica, ma con i risultati dell'osservazione continua e protratta nel tempo del paziente e del suo contesto socio-ambientale: i segni e sintomi della progressione della malattia, le relazioni familiari, i nuovi bisogni di cura, in definitiva tutte quelle nuove problematiche che richiedono l'intervento degli altri operatori del gruppo.

Per la sua partecipazione alla formulazione del piano assistenziale, l'infermiere utilizza la metodologia del processo scientifico finalizzato al soddisfacimento dei bisogni del paziente.

Tuttavia, per la specificità della patologia, l'applicazione del modello di Virginia Handerson (teoria dei bisogni) richiede necessariamente una interpretazione dei bisogni ed una specificazione dei contenuti di ciascuno di essi; pensiamo all'esigenza di soddisfare il bisogno di alimentarsi del paziente demente, che risulta una delle attività quotidiane che rimane molto a lungo nel tempo, grazie alla gestualità automatica utilizzata per portare il cibo alla bocca. L'operatore dovrà attivare (o istruire il caregiver) una serie di accorgimenti: l'utilizzo di stoviglie che il paziente riconosce, la medesima disposizione degli oggetti sul tavolo, l'eliminazione di oggetti che possono essere pericolosi, mettere sul piatto cibo appetibile e senza eccedere con le quantità, sminuzzare il cibo, controllare che il paziente si alimenti adeguatamente per evitare rischi di deperimento organico o di anoressie irreversibili.

Va sottolineato che la formulazione di un piano assistenza richiede una metodologia del lavoro moderna, che si avvale di strumenti operativi specificatamente professionali, quali la cartella infermieristica, il piano di lavoro ed anche strumenti di valutazione iniziale, ricorrente e finale, quali, ad esempio, la scala di Norton per la valutazione dei rischi di lesioni da decubito, la scheda di mobilizzazione dei decubiti; oppure altri strumenti valutativi usualmente utilizzati nella diagnostica medica, ma la cui ricorrente applicazione può essere demandata agevolmente all'infermiere: la scala di valutazione nutrizionale (mini nutritional assessment), la scala Tinetti per la valutazione dei rischi di caduta, il Physical Performance Test, la scala ADL e IADI.

I bisogni del paziente demente
  • respirare normalmente;
  • mangiare e bere adeguato;
  • eliminare i rifiuti del corpo;
  • muoversi e mantenere una posizione desiderata;
  • dormire e riposare;
  • mantenere la temperatura corporea a livello normale, scegliendo il vestiario adeguato e modificando l'ambiente;
  • tenere il corpo pulito, curare i capelli, la barba e i vestiti sistemi e proteggere il tegumento;
  • comunicare con gli altri gestualmente e verbalmente, esprimendo emozioni , bisogni, paure, desideri;
  • essere aiutato rendersi conto di ogni risultato raggiunto;
  • partecipare a forme di ricreazione;
  • ricevere tutte le cure diagnostiche e terapeutiche necessarie;
  • evitare i pericoli derivanti dall'ambiente e limitare i rischi per se' e gli altri.

L'adattamento dell'ambiente, specie quello domestico, diventa strumento per l'attuazione del piano assistenziale, al fine di facilitare il mantenimento ed il potenziamento delle capacità residue del paziente.

 
La professione diventa "arte"

Ecco che la professione diventa "arte" (Martha Rogers, una teorica infermieristica, asserisce che la professione infermieristica è "arte e scienza"), cioè inventiva, sensibilità, capacità di identificare le risorse disponibili e di tradurle ai fini assistenziali, capacità di adattarsi alle situazioni. E' importante che il progetto di adattamento ambientale venga formulato sia insieme al terapista della riabilitazione, deputato istituzionalmente alla scelta dei presidi e degli ausili idonei ed alla definizione del loro maggiore utilizzo, sia concordato con il familiare di riferimento. Non è infatti da sottovalutare che alcuni necessari interventi strutturali possono modificare il normale assetto domestico, provocando resistenze nei familiari: dall'eliminazione di oggetti che possono essere pericolosi per il paziente, alla protezione delle finestre, alla semplice trasformazione di un letto matrimoniale in un letto singolo.

L'instaurare una buona relazione con il caregiver è determinante per il successo del progetto assistenziale.

Il piano assistenziale deve essere accuratamente presentato al familiare che è richiamato a collaborare attivamente alla sua realizzazione. Il progetto educativo e di coinvolgimento messo in atto non solo dall'infermiere ma dall'intera equipe multidisciplinare può essere ostacolato dalla condizione di stress fisico-psichico del caregiver, che vorrebbe essere totalmente sostituito dall'infermiere e nello stesso tempo non ritiene di dover modificare le proprie abitudini ed i propri atteggiamenti nei riguardi del paziente.

Una progressiva reciproca conoscenza, messaggi educativi parcellizzati nel tempo, il riconoscimento della competenza professionale, la valorizzazione delle azioni del caregiver, sono queste alcune modalità per raggiungere gli obiettivi previsti.

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