Progetto personalizzato

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Progetto personalizzato

L'ospite del Centro Diurno Integrato IL SECOLO è collocato al centro di un progetto di assistenza personalizzato (PAI) che è il frutto di una analisi che l’equipe multidisciplinare fa a seguito di un accurato processo valutativo.

Il Progetto Personalizzato ovvero Piano di Assistenza Individuale (P.A.I) nella sua accezione progettuale si propone l’obiettivo di evitare di dare a tutti una risposta uguale, generalizzata, per poter invece porre l’accento sulla personalizzazione dell’intervento.

Va evitato l’approccio al paziente nei soli termini di salute/malattia che sono riduttivi se non fuorvianti, occorre invece avere una visione multi dimensionale del paziente stesso e dirigere gli interventi verso il mantenimento o il recupero delle potenzialità residue ancora ravvedibili.

Con i P.A.I si passa da un’organizzazione lavorativa che affida agli operatori la semplice esecuzione delle mansioni ad una in cui tutti coloro che operano all’interno dell’organizzazione vengono responsabilizzati in vista di determinati obiettivi. Il PAI dunque è uno strumento che ci consente la focalizzazione dell’attenzione sull’ospite il quale, sentendosi maggiormente considerato può incrementare quell’autostima che spesso viene invece a perdere nel momento in cui entra in una struttura che lo considera un non individuo, uno tra gli altri. L’attenzione quindi verso problemi emergenti, individuali, attuando strategie non standardizzate ma contingenti e condivise, restituisce dignità al paziente ma conferisce pure maggiore dignità e senso all'operare del personale che, a diverso titolo, presta la sua professionalità all’interno della struttura. Tutti quindi, responsabilmente, sono chiamati a dare il personale contributo per il raggiungimento degli obiettivi che, all’interno del PAI, ci si è prefissati di ottenere.

La persona

La Persona singola nel PAI viene ad assumere un posto centrale verso cui dirigere gli interventi.

La persona viene posta all’attenzione di una équipe che lavora per conoscere i suoi bisogni, la sua storia, le sue potenzialità e le sue aspettative ed in base a queste analisi predispone interventi affinché i bisogni vengano soddisfatti e le potenzialità residue incoraggiate e rafforzate.

Occorre dunque muoversi verso una conoscenza approfondita della persona. Porre al centro la persona significa conoscere le sue abitudini, i suoi usi e costumi, il suo passato, i suoi ricordi, la sua storia clinica, i suoi problemi familiari, le sue abilità passate o ricercate pure in forma residua affinché ci si ponga l’obiettivo di farle riemergere. Ogni intervento sarà comunque unico, cosi come unica sarà la persona verso cui il “piano” indirizza gli interventi. Ognuno ha una sua propria personalità, un suo carattere ben definito, una sua storia personale, cosi che persone apparentemente simili sotto diversi aspetti, abbisognano di strategie differenti di intervento perché interventi, valutati buoni per alcuni, possono invece risultare inefficaci se non addirittura controproducenti per altri. In questo modo riusciremmo a dare senso e dignità alla persona, conferendogli l’opportunità di decidere Lei stessa in primis a quali interventi, se la mente è ancora lucida, sottoporsi e a quali no. Cercare di ridonare il senso del vivere al paziente significa cercare di farlo partecipe di un progetto che ponga obiettivi seppur minimi in un ottica che è in divenire.

Integrazione dell'ospite

Sarebbe auspicabile che, sin dall’inizio, anzi da prima che l’ospite entri in struttura, avvenisse tra l’ospite e la struttura stessa una conoscenza reciproca.

Ad esempio dovrebbero essere incoraggiate visite a casa del futuro ospite, in modo da poter predisporre azioni che partano da un continuum con l’ambiente famigliare, raccogliendo informazioni sul suo modo di vivere, informazioni sul suo modo di stare a tavola, osservazioni su come e dove il paziente in casa passa il suo tempo, informazioni di carattere sanitario, osservazioni sulla sua rete familiare, abitudini di vita…etc.

Di converso, sarebbe auspicabile che il paziente possa essere condotto alcune volte (2-3 volte) per un paio di ore, nella struttura che lo ospiterà. Questo dovrebbe consentire di rendere meno traumatico il distacco del paziente dalla propria abitazione e facilitare il suo ingresso in struttura. Il paziente infatti al suo ingresso non si troverà di fronte volti sconosciuti e la paura e l’inquietudine dovute al distacco saranno maggiormente sedate da un ingresso progressivo.

Il tutor

Il ruolo del “Tutor” è fondamentale nel tipo di lavoro che ci si è riproposti di portare avanti. Il Tutor infatti viene ad essere una figura di riferimento per il paziente. Questa figura instaura il primo contatto con l’ospite ad iniziare dal pre-ingresso, accompagna l’ospite in vista di una migliore integrazione nella struttura, si occuperà di quell’ospite in maniera particolare e diverrà il Suo principale punto di riferimento. Il tutor deve essere presente il giorno di ingresso del paziente nella struttura e dovrà occuparsi di alcune attività di “fiducia”, quali il riordino del guardaroba o l’accompagnamento a visite mediche. Tutte le osservazioni periodiche, giornaliere, settimanali o mensili, dovranno essere riportate dal tutor in apposite schede (Schede di osservazione) o cartelle al fine di averle costantemente aggiornate e registrare eventuali note aggiuntive. Le schede che saranno costantemente aggiornate saranno fonte di informazione, nel tempo, che contribuiranno in maniera fondamentale alla stesura del PAI. Il successo dipende quindi anche dal farsi carico delle responsabilità di ciascun tutor. Estremamente importanti risultano essere le osservazioni che si possono compiere in relazione alle reazioni del paziente nei primi giorni di ingresso in struttura. L’addetto all’assistenza di base (tutor) dovrebbe avere uno schedario che riporti domanda quali: si alimenta? Dorme? Comunica? E’ orientato? Importante è rilevare lo stato d’animo all’ingresso nella struttura cosi come è importante sapere se è consapevole del luogo in cui si trova.

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